Storia

La storia di “Palazzo Zacco”

L’edificio nacque per volontà del Magnifico Signore Marco Zacco che commissionò, il 19 dicembre 1555, l’acquisto di pietre per la realizzazione https://essaywritingservicehelp.co.uk/ del palazzo.

Circolo dal PratoMarco Zacco, per il disegno di fabbricazione, chiamò il bergamasco Andrea Moroni (l’architetto, in Padova, si dedicò a vari progetti: il cortile dell’università, l’orto botanico, la loggia di piazza Capitaniato, nonché quelli di ristrutturazione rinascimentale del palazzo del Podestà – attuale Municipio – e della basilica di Santa Giustina).

Nel gennaio 1557 i lavori di costruzione finirono, rate my paper permettendo a tutta la nobiltà Zacco di dimorare nel Palazzo per quasi trecento anni.

Dopo la caduta della Repubblica Veneta (1797), Padova fu alternativamente occupata dai Francesi e dagli Austriaci. Nel 1813 ritornarono dominatori gli Austriaci e nel 1819, durante il Regno Lombardo-Veneto (costituito il 7 aprile 1815), l’Imperatore d’Austria Francesco I (Francesco Giuseppe Carlo d’Asburgo-Lorena) soggiornò nel Palazzo con la sua quarta moglie, l’Arciduchessa Carolina Augusta di Baviera.

Schermata 02-2456337 alle 17.38.09Il 27 giugno 1839 i nobili Zacco vendettero la loro sede alla Congregazione Mechitarista Armena che vi stabilì, nel 1842, il proprio “Collegio Moorat”.

A metà del 1800, la Padova austriaca allontanò il collegio a Parigi che poi nel 1871, torno a Venezia per unirsi all’altro collegio mechitarista “Raphael”.

Il palazzo rimase in mano austriaca fino al termine della terza guerra d’indipendenza (1866). Successivamente il Comune di Padova destinò l’uso del palazzo a vari servizi, fino a devolverlo allo Stato il 2 aprile 1904.

Il Palazzo Zacco è stato dichiarato edificio d’interesse artistico il 24 aprile 1925.

Vari Comandi Militari hanno avuto la loro residenza presso questa struttura fino a giungere, il 1° gennaio 1954, ad essere residenza del Circolo Ufficiali Militare di Padova.

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Le colonne del Ristorante

Nel suo libro “Contributi donatelliani” Andrea Calore, al termine di uno studio minuzioso sull’opera di Donatello a Padova, formula l’ipotesi che le colonne presenti in questa sala, siano opera di Donatello e provenienti dalla Basilica di Sant’Antonio.
Di seguito i passi salienti del citato studio, che corroborano l’ipotesi in questione:

Per completare il discorso riguardante l’altare maggiore del Santo di Donatello, debbo soffermarmi nuovamente e più dettagliatamente, anche sulle quattro colonne, senz’altro di spoglio, riusate a Padova nel Palazzo Zacco, sito in Prato della Valle, 82 (attuale sede del “Circolo Unificato dell’Esercito di Padova”), perché potrebbero portare un reale e fondamentale contributo per la sua ricostruzione.
I fusti delle medesime, a prima vista, si presentano lisci e rastremati. All’imoscapo hanno il diametro di cm 33 (contro i cm 31 di lato dei pilastri del palazzo testé nominato), e di cm 27 alla sommità (contro cm 24).
Sia le basi che i fusti sono in marmo rosso veronese, mentre i capitelli sono in pietra biancastra, con ampie macchie opache sulle facce, probabilmente derivanti da possibili dorature scomparse.
Come detto, i fusti delle colonne appaiono abbastanza lisci ma, accarezzandoli in senso orizzontale rivelano accentuate ondulazioni. Inoltre se vengono visti in controluce, mostrano chiaramente dei regolari passaggi tonali del marmo, che determinano sulle superfici delle strisce continue verticali.
Tali osservazioni fanno presumere, con molta fondatezza, che in origine i fusti fossero scanalati (con o senza rudenti), ovvero “a chanaleti”, quali appunto vengono segnalati quelli scolpiti da Niccolò da Firenze per l’altare della basilica antoniana. E che avendo riportato parecchie scheggiature, durante e dopo la rimozione, siano stati malamente torniti. Cosa che sembra chiaramente confermata dai minori diametri della sommità dei fusti rispetto ai diametri delle basi dei capitelli (sotto gli astragali).
Un non trascurabile indizio che le colonne provengano dall’altare in considerazione, pare dato anche dal marmo rosso di Verona, che non presenta l’identico colore rispettivamente sui fusti e sulle basi. Questo confermerebbe quanto dicono i documenti, vale a dire che i primi furono fatti da Niccolò da Firenze, e invece le seconde da Bartolomeo tagliapietre. Costoro infatti potrebbero aver adoperato allo scopo, nelle proprie botteghe, marmo della stessa materia, non estratto però della medesima cava.
Ad ogni modo l’ipotetica appartenenza delle colonne di Palazzo Zacco, di evidente carattere toscano, all’altare maggiore quattrocentesco del Santo, si rafforza grazie alla elegante modellazione dei capitelli, due con echini a squame e due con echini ad ovoli e lancette. E in particolare dalla forma delle loro volute, con multipla nervatura, progressivamente assottigliate dall’attacco fino all’estremità, simili quindi a quelle disegnate da Donatello per i pulpiti della chiesa di San Lorenzo a Firenze.
Inoltre la supposizione suddetta trova solido sostegno dall’ornamento a rete delle superfici dei capitelli, costituito da girali, can calici e collarini che avvolgono fiori di quattro o cinque petali – e da cui fuoriescono verticalmente delle palmette.
IMG_0100Tutti i motivi tratti dalla scultura decorativa romana di periodo augusteo, riprodotti da Donatello, nei modi rinascimentali, fra l’altro sulle mensole e sugli sfondi dell’”Annunciazione” Cavalcanti.
Perciò, pensando, sia pur cautamente, che le quattro colonne composite di Palazzo Zacco possano provenire – come detto – dall’altare donatelliano della basilica antoniana, le ho introdotte nelle tavole riguardanti la mia proposta di ricostruzione del medesimo monumento. Esse non le modificano minimamente, poiché sono della stessa altezza dei pilastri corinzi della trifora del palazzo Mercato, e seppur composite determinano appunto per affinità – sempre restando alle norme del Vignola – eguali conseguenze modulari verticali sull’ordine compiuto.
Ciò che invece in tutti quattro i capitelli delle colonne di Palazzo Zacco, differisce dagli stilemi decorativi di Donatello finora conosciuti, è il fiorone che sta al centro di ogni abaco. Di solito quello di sua produzione è formato da quattro o cinque identici petali, con bottone centrale. In queste opere è invece formato con petali difformi e con pistillo.
Ricordo però che i capitelli caricati al centro da fioroni di simile fattura, non erano una novità alla metà del Quattrocento, poiché si possono osservare per esempio a Firenze nella chiesa di S.Miniato al Monte, esattamente su due delle quattro colonne del “Tabernacolo del Crocifisso”, opera che Michelozzo eseguì forse intorno al 1448.
Le quattro colonne sono state probabilmente acquistate e portate in questo luogo nel passato da qualche componente della nobile famiglia Zacco, che ricoprì l’incarico di “massaro” dell’Arca del Santo.

Ricostruzione altare Donatello

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Tavole da CALORE_Contributi_donatelliani_Pagina_2

 

 

 Le bandiere di “Palazzo Zacco”

Sono state finalmente issate le bandiere sulla facciata di “Palazzo Zacco”. Ora tutti potranno apprezzare il fatto che il nostro palazzo è sede istituzionale che rende omaggio alla nazione e all’unione Europea. Da tutto il Prato della Valle sarà individuabile la nostra sede.

Il risultato è stato possibile grazie alla stretta collaborazione nata con l’Automobile Club Padova che ha voluto omaggiare il Circolo con questo prezioso contributo.

Esso sarà certamente apprezzato da tutti coloro che amano i nostri colori e che da tanto sentivano la mancanza di questi simboli.

Perciò invitiamo tutti i Soci a gioire di questo piccolo grande trionfo.

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